Longobucco

Longobucco è un comune situato nel cuore della Sila Greca, ha origini medievali ed è noto per la produzione di tappeti e coperte realizzate nel rispetto delle antiche tecniche di lavorazione.
Secondo alcuni studiosi le radici di Longobucco risalgono all'epoca della Magna Grecia, tanto da identificare Longobucco all’antica città di Temesa o Tempsa, decantata da Omero nell’Odissea, tale ipotesi è avvalorata dalla presenza di miniere d’argento lungo il fiume Manna. Il territorio di Longobucco era ricco di pozzi minerari, tra i quali primeggiava la galena argentifera estratta e lavorata dai Sibariti, Crotoniati e Romani per la coniazione delle proprie monete.
Il centro storico di Longobucco che è caratterizzato dalle tortuose vinedde ossia anguste viuzze che si intersecano e sovrappongono disordinatamente, è ricco di curiosità e opere di architettura, come la Torre Civica del XI secolo, successivamente adattata a campanile e conosciuta dagli abitanti del luogo come U Campanaru, e la Chiesa Matrice, dedicata a S. Maria Assunta, nella quale si può contemplare una collezione di opere e oggetti d’arte sacra. Altre chiese sono degne di rilievo, come quelle di S. Maria Maddalena, S. Maria delle Grazie e dell’Addolorata. Nel centro storico sono altresì presenti palazzi gentilizi, i cui portali testimoniano la raffinata arte della lavorazione della pietra.

Attrattori

Bottega storica del tessuto d'arte

Qui è possibile conoscere la storia della tessitura di Longobucco; attraverso le immagini del passato, possono essere ammirati autentici pezzi storici di straordinario interesse e dall'indiscutibile fascino. Ai visitatori è dato,inoltre, vedere le varie fasi della lavorazione e l'intera produzione tradizionale, cui si affianca una continua ricerca nell'uso dei filati tradizionali (ginestra, lino, canapa, cotone, seta e lana), finalizzata alla realizzazione di tessuti che riescano a soddisfare le attuali esigenze di arredamento (tovaglie, copriletti, asciugamani, tende, lenzuola)e di abbigliamento (sciarpe,scialli,gonne).

Chiesa di San Domenico

Ubicata anche nel centro storico, sorta nel XVI secolo, originariamente dedicata a Santa Maria delle Grazie ed annessa al Convento dei Domenicani soppresso nel 1653. Di forma rettangolare a navata unica, ha una bellissima porta, opera anch’essa del prof. Tommaso Pirillo, sulla quale è rappresentata la vocazione di San Domenico attraverso 16 formelle in rame sbalzato e medaglione bronzeo. L’altare risale al XVIII secolo, in stile barocco e legno dorato. Nella nicchia centrale è posta la statua di San Domenico, santo protettore del paese, in legno patinato, probabilmente proveniente dal vecchio convento.

Chiesa di Sant’Angelo Custode

Sorta nel XVII secolo è famosa per la particolarità del suo controsoffitto in legno dipinto. All’interno, sugli altari laterali, si possono notare la tela raffigurante la Madonna del Carmine e quella raffigurante lo Spirito santo che scende sugli Apostolo: Si può ammirare anche la statua della Madonna Addolorata con indosso un abito ricamato a mano.

Chiesa di Santa Maria Maddalena

Questa chiesa faceva parte un tempo del Convento dei Frati Francescani, in stile barocco di forma rettangolare, possiede due navate, la principale e finemente decorata con bellissime opere. L’entrata è costituita da un portale di pregevole fattura alla cui destra è collocata un’artistica colonnina del XVI secolo. Nel 1999 vi è stata posta la statua in bronzo di Padre Pio creata dal prof. Tommaso Pirillo. Il pulpito ed il confessionale, in legno intarsiato, risalgono invece al 1775. Sull’altare maggiore è posto un bellissimo Crocifisso in legno patinato, a grandezza naturale, opera di artisti partenopei. Tra le opere di questa chiesa: i quadretti del Redentore dell’artista Francesco Spina eseguiti nel 1765 e nel 1772. Sempre di Spina è la tela dell’Annunciazione, sull’altare maggiore. Nelle cappelle laterali si può osservare un prezioso tabernacolo in legno intarsiato. Interessante la croce astile con estremità lombate, dipinta con ornamenti e figure, datata primo Cinquecento.

Chiesa Santa Maria della Mercede

Santuario rurale quattrocentesco presenta forme goticizzanti. L'esterno è dotato di monofore, portale principale archiacuto (in arenaria locale) e portale laterale con elementi in pietra locale. L'interno è sobriamente decorato.

Chiesa Santuario di Santa Maria Assunta

Tra i beni storici e monumentali di Longobucco spicca la Chiesa Matrice del XII secolo, dedicata a Santa Maria Assunta, dal 1960 Santuario Mariano. Molto bella la facciata in pietra nera con decorazioni in parte baroccate, in parte l’impronta romanica, come un piccolo leone accovacciato ( “il mostriciattolo”).Un vero è proprio scrigno di opere d’arte. L’interno è decorato in stile barocco settecentesco assai delicato. Maestoso è l’altare maggiore in marmi policromi, in stile barocco napoletano. In pietra locale nera a colonne è anche la massiccia ed elegante balaustra. Di particolare pregio sono le opere del Settecento tutte in legno create dagli intagliatori di Serra San Bruno (VV): il coro dietro l’altare maggiore, la sagrestia, ilparavento della porta principale, il maestoso pulpito, i confessionali e l’organo. Le prime due opere sono di castagno e di noce con bellissimi capitelli, il paravento ha una struttura imponente ricurva con porte laterali, i pilastri terminano con cimose intagliate in garbato rococò. Le porte bronzee sono state realizzate recentemente dal prof. Carmine Cianci.Le opere pittoriche sono rappresentate dalle tele degli altari laterali e da due grandi affreschi del coro ( “La Natività” e “L’Adorazione dei Magi”) collocate una di fronte all’altra, eseguite da Cristoforo Santanna da Rende (cs), uno dei più grandi artisti calabresi del Settecento e ispirate a modelli umani longobucchesi.

Infatti i due giovani che si esibiscono nella “Natività”, nel ballo della tarantella, indossano tipici abiti di Longobucco: il ragazzo indossa il camiciotto e calze tipiche “calandredde”; la ragazza indossa come coprireste il classico “sinale” delle donne del luogo. Nella pittura de “L’Adorazione dei Magi” è visibile la presenza di un basto d’asino tipico oggetto della realtà contadina di un tempo.Altro dipinto custodito nella chiesa: “La cena”opera di Onofrio Ferro da Paludi (CS). In sagrestia si trova la splendida Argenteria del XVIII secolo ( Croce astile, Turibolo, ostensorio, Calice, Pisside, ecc.), realizzata utilizzando il minerale locale e gli antichi registri parrocchiali, restaurati recentemente. La Fonte Battesimale l’opera più importante, stile romanico-Normanno, posto sul lato sinistro del portale centrale. Opera anonima sicuramente dei maestri locali, a forma di calice, ha per base tre leoni che sorreggono una coppa ottagonale. Altra opera prestigiosa l’Icona lignea a rilievo raffigurante una Madonnina col bambino, detta dei Carbonai. L’opera sistemata sull’altare della cappella dell’Assunta, ha uno stile che ricorda gli artisti toscani, anche se creata da artisti silani del XIV-XV secolo. Il dipinto sulla porta antistante il retro altare sta a ribadire che la Chiesa fu consacrata il 3 novembre dell’anno del Signore 1799, stabilendo con decreto e determinando che l’anniversario venga celebrato ogni anno l’ultima domenica di ottobre. La cronologia degli arcipreti di Longobucco risalente all’anno 1325 con Don Angelo da Longobucco fino all’ultimo del 1967 con Don Francesco Godino, consta di ben 22 personalità ecclesiastiche. Tutta questa opera di ricostruzione cattolico-culturale è dovuta grazie all’indimenticabile don Ciccio Godino grande cultore di storia locale. Qui di seguito riportiamo la lista cronologica degli arcipreti e la traduzione in italiano della scritta del dipinto che sancisce la consacrazione della splendida chiesa Matrice.

Il Campanile (la Torre Normanna)

Il campanile di Longobucco si presenta come una torre ( di avvistamento dei nemici) isolata a corpo quadrangolare, costruita con murature in blocchi squadrati di tufo a vista poggianti su un basamento di grossi ciottoli di granito cementati con calce. Sia la pietra tufacea delle murature, sia i ciottoli di granito sono materiali reperibili sulle montagne e nei torrenti che circondano il paese. L’edificio è posizionato dinanzi la Chiesa Matrice e la sua pianta non è in asse con la chiesa ma convergente verso la sua facciata. Il corpo della torre è costituito da tre dadi sovrapposti, i primi due di eguale perimetro, il terzo appena più piccolo; semplici cornici toriche marcapiano sottolineano la sommità di ciascun dado. Per quanto riguarda i dati storiografici della Torre vi sono alcune menzioni nella letteratura artistica, sicuramente la più che si accosta è quella dello storico dell’architettura Arnaldo Venditti, il quale avvicina il campanile di Longobucco a quello ben più famoso del duomo di Melfi, opera firmata da Noslo di Remerio nel 1153. L’osservazione del Venditti consente di formulare una prima ipotesi cronologica: la datazione del campanile di Melfi, allargata all’intera seconda metà del sec. XII e forse al secolo successivo, può ritenersi indicativa anche per il campanile di Longobucco. Una simile datazione porrebbe il nostro campanile fra i più antichi dell’intera regione. Una nobiltà insospettata aleggia, dunque, su questa bella torre campanaria, che attende ancora di essere giustamente, conosciuta anche da molti calabresi, ma non certamente dalle rondini che da sempre la frequentano ed onorano di ghirlande di voli.

La Via delle Miniere

Le montagne che circondano Longobucco sono ricche di vari minerali. La galena argentifera (70% piombo, 0,0751 argento) veniva già estratta da Sibariti, Crotoniati e Romani per la produzione delle monete d'argento. . I primi documenti relativi all'Argentera risalgono al XII secolo. Nel 1197 l'Imperatore, Enrico VI, inviò in oppino nostro Longoburgi Pietro di Livonia, suo ``familiare``, per sovrintendere all'estrazione del prezioso minerale. Durante la dominazione angioina, il lavoro nelle miniere proseguì con maggior vigore. Nel 1268 furono estratte 103 marche e 7 once d'argento puro. Nel 1282 re Carlo, impegnato nella guerra del Vespro, assoldò trenta minatori di Longobucco per i faticosi lavori di trincea. Persino Gioacchino da Fiore si recò nella cittadina silana per la lavorazione d'alcuni calici. I maestri argentari locali erano famosi in tutto il Meridione. Notissimo il maestro Giovanni da Longobucco, autore della croce processionale, in argento, del Duomo di San Marco Argentano. Dopo alterne vicende, nel 1505 le miniere ``le principali dell'intero Regno`` furono concesse a Galeazzo Caracciolo di Napoli. Nel 1566 l'Argentera ritornò sotto la giurisdizione della Regia Corte. Verso il 1650 i costi della lavorazione cominciarono a superare i guadagni.

Agli inizi del XVIII secolo alcuni minatori tedeschi riesplorarono i vecchi “pozzi”. Nelle miniere si lavorò, più o meno intensamente, fino al 1783. Nel 1826 il barone Compagna tentò di rimettere in attività l’antica Argentera, ma già due anni dopo l’impresa veniva definitivamente abbandonata. Fra XV e XVI secolo la Regia Corte possedeva cinque miniere: dintorni di Longobucco, Reinella, Serra Stuppa, Lagonia e Fossi Loco. Inoltre apparteneva al Demanio la difesa detta “Vallone di Macrocioli”, sede dei forni, del deposito e della serra. Nei terreni dell’Argentera era vietato tagliare legna, pascolare, seminare, pescare. Non si dovevano manomettere i canali. Agli abitanti di Longobucco era concesso di tagliar legna esclusivamente per uso familiare. Sui lavoratori delle miniere la Regia Corte aveva giurisdizione civile e criminale. Nessun tribunale, ufficiale o barone poteva intromettersi. Nelle miniere si lavorava da marzo a giugno. Il 29 giugno, festività di San Pietro e Paolo, i minatori abbandonavano galanza ed arnesi per dedicarsi alla mietitura delle loro messi. A metà agosto ritornavano in miniera. Lavoravano fino ad ottobre. Numerosi manufatti in Argento lavorati a longobucco sono stati spesso donati ai vari Papi che si sono succeduti,oltre la presenza nei vari musei di Napoli Una piccola ma preziosa quantita’ e visitabile presso la chiesa matrice di Longobucco Strabone nel iv libro della geografia afferma che tra le zone più ricche di minerale argento e rame e nella terra dei Bruzi e “themesen “Longobucco Dove vi e’ la più grande manifestazione di galena argentifera,coltivata nelle piu’ remota antichita’. Sembra che l’antica Sibari dovesse la sua potenza dell’argento grazie alle miniere di longobucco(Themesen) e da questi argenti venivano coniate le monete del IV Sec. A.C Le Miniere esistevano anche in epoca romana L’argentario citato da Livio si colloca nella zona La mineralizzazione e presente in una vasta area allungata nel territorio di Longobucco e in particolare nelle localita’ di Agutteria,Anghisto,Bhonia,Castello, Giardini,Fasone,Macrocioli,Regginella,San Pietro,Spartari. Per quando riguarda la presenza dell’Oro e presente in tracce nella mineralizzazione della galena argentifera La coltivazione delle miniere continuo ininterrottamente sotto i vari governi succedutosi fin verso la fine del settecento, Ad esse sono legati nomi famosi,nella seconda meta’ del Quattrocento durante la dominazione Aragonese concessionario delle miniere e Francesco Coppola il conte di Sarno poi giustiziato per la congiura dei baroni. Ai primi del cinquecento sotto la dominazione Spagnola L’appaltatore e Cesare Fieramosca fratello di Ettore. Durante la dominazione Austriaca il direttore delle miniere e il chimico Khetz uno dei piu’ noti del tempo. Sotto la spinta del governo Austriaco che vi fece venire numerosi Tecnici e Minatori dalla Sassonia,le coltivazioni subirono un notevole impulso,ma il terremoto del 1783 che colpi in modo disastroso la zona,segno la fine dell’attivita’ mineraria,successive ricerche ai primi dell’800 anno dato esito negativo,il fatto che spesso le ricerche minerarie vengono fatte ignorando quando si era fatto in precedenza

Musei

Museo - Sezione del Brigantaggio

Longobucco, prima e dopo l’Unità, ha dato i natali a numerosi briganti. Fra i briganti longobucchesi più famosi e quasi imprendibili ricordiamo: Antonio Santoro (Re Curemme) e, soprattutto, Domenico Strafaci (Palma). Antonio Santoro, detto Re Curemme, vigoroso ed intraprendente capobrigante dei primi anni dell’800. Inizialmente la sua attività fu limitata a Longobucco ed ai paesi del Circondario: Acri, Cariati, Bocchigliero. Saltuariamente per sfuggire alla cattura si rifugiava in Sicilia. Nel gennaio del 1807 partecipò alla difesa di Amantea, assediata dai Francesi che invasero Longobucco per ben tre volte, trovando sempre strenua resistenza. Nel maggio dello stesso anno Santoro si impossessò di Crotone, dove venne arrestato e da dove parti per la Sicilia. Di lui non si ebbero più notizie. Domenico Strafaci, detto Palma, nacque a Longobucco nel 1829. Si diede alla macchia nel 1860 per non finire in prigione, dopo avere schiaffeggiato un ricco signorotto di Rossano. Dal 1862 s’incominciò a parlare di lui, quale capo brigante coraggioso, intrepido, a volte violento, ma anche difensore dei poveri. Gradilone così scrive: “Fu `{`il`}` suo singolarissimo coraggio che gli assicurò un indiscutibile prestigio presso i suoi compagni e gli fece superare in oltre un decennio pericoli e rischi mortali, ma fu anche il suo cuore aperto a tutti i dolori e bisogni degli umili e dei derelitti che per detto lungo periodo gli procurò simpatie, protezione ed amicizie preziose. Palma non fu `{`un`}` criminale incallito ed assetato di sangue”. La banda di Palma era composta, di solito, da non più di 8 o 10 briganti. Il ``re della montagna`` fu ucciso la sera del 12 luglio 1869 in contrada Timpone Curcio di Spezzano Grande, forse a tradimento, da un suo amico allettato dalla forte taglia.

Museo - Sezione dell'Artigianato

L’antico orologio del campanile DI Longobucco XII sec. L’orologio, collocato sul lato sud-est del campanile, alloggiato quasi in stato di abbandono e pieno di polvere da anni in un magazzino. IL parroco di Longobucco Don Pompeo Tedesco che l’ ha dato in affidamento al Responsabile del Museo dell’ ARTIGIANATO e ANTICHI MESTIERI DEL COMUNE DI Longobucco GIà inserita nel sistema museale Regionale, provinciale e nel Ministero dei Beni Culturali. L’ orologio datato 1885 è stato sottoposto ad accurato restauro conservativo e collocato nella sede opportuna a salvaguardia di un bene Storico della storia di Longobucco, un bene che non veniva più utilizzato da quando era entrato in funzione il nuovo orologio elettrico, installato verso la fine degli anni ’70. OROLOGIO COSì COMPOSTO : alberi rocchetti e ruote, telaio in ghisa e bronzine, volani delle suonerie. – bilanciere ad ancora con smerigliatura degli arpioni dell’ancora. – RUOTE (o seghetti) per il suono delle ore e quarti d’ora. – varie leve in acciaio. – cavalletto in acciaio per il sostegno della macchina. – corde in acciaio con attacchi per i pesi e carrucole esistenti. Gli originali contrappesi in pietra, e piombo ritrovati gia’ in precedenza e già presenti nella mostra ,a garantire il funzionamento del meccanismo. L’orologio costruito tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 dalla ditta Isidoro Sommaruga – Costruttore Meccanico con sede in Via Solforino n. 12 – MILANO, così come inciso presenta alcune caratteristiche interessanti: – SUONERIA ore e mezze ore a 2 cilindri con carica manuale dei pesi. – COMANDO quadrante. A seguito del restauro e pulizia l’orologio è stato quindi collocato in visione al pubblico all’interno della MOSTRA ARTIGIANATO E ANTICHI MESTIERI DEL COMUNE DI LONGOBUCCO, sede idonea alla sua valorizzazione.

Museo - Sezione Fossili di Longobucco

Le Ammoniti ritrovate nel nostro territorio da Mario De Simone in esposizione nel Museo comunale a testimonianza della storia geologica di Longobucco Rappresentano fossili guida di eccezionale valore utilizzati in stratigrafia per la datazione delle rocce sedimentarie, soprattutto dal Paleozoico Superiore a tutto il Mesozoico. Le Ammoniti (sottoclasse Ammonoidea) sono un gruppo di Molluschi cefalopodi estinti, comparsi nel Devoniano Inferiore (circa 400 milioni di anni fa (MA) ed estintisi intorno al limite Cretaceo Superiore-Paleocene (65,5 ± 0,3 Ma) senza lasciare discendenti noti. Le Ammoniti comparvero nel periodo del primo Devoniano (~350 milioni di anni fa) e si estinsero alla fine del Cretaceo, contemporaneamente ai dinosauri (65 milioni di anni fa). La classificazione delle ammoniti viene fatta sulla base della morfologia e dell’ornamentazione della conchiglia, e della forma dei setti, in base alla linea di sutura (linea di inserzione dei setti sulla superficie interna della parete conchigliare) . Gli ammonoidi sono ottimi fossili fossili guida dal Paleozoico superiore e per tutto il Mesozoico. Molte specie di ammonoidi si sono evolute ed hanno velocemente compiuto il loro corso, durando da trecentomila anni ad alcuni milioni di anni. A causa della loro rapida evoluzione e dell’ampio areale, le ammoniti risultano essere un prezioso strumento per i geologi e paleontologi nei rilevamenti biostratigrafici per la datazione delle rocce sedimentarie, permettendo di collegare gli strati di roccia ad una precisa età geologica e di tracciare correlazioni tra sedimenti di aree diverse, anche a scala mondiale. Si tratta di animali di ambiente marino, caratterizzati da una conchiglia esterna composta prevalentemente di carbonato di calcio, sotto forma di aragonite, e in parte di una sostanza organica di natura proteica (conchiolina) [1]. La conchiglia era suddivisa internamente da setti in diverse camere, di cui il mollusco occupava solo l’ultima (camera d’abitazione). Le altre, che componevano il fragmocono (parte concamerata della conchiglia), erano utilizzate come “camere d’aria” (analogamente all’attuale Nautilus), riempite di gas e liquido camerale per controllare il galleggiamento dell’organismo. La pressione dei fluidi camerali era controllata da una sottile struttura organica tubolare riccamente vascolarizzata, in parte mineralizzata (il sifone), che attraversava tutti i setti e permetteva lo scambio di fluidi dal sangue e dai tessuti molli dell’animale alle camere tramite un processo di osmosi. L’ammonite poteva così variare la propria profondità (entro i limiti di resistenza meccanica della conchiglia) in maniera simile ai nautiloidi tuttora viventi. Verosimilmente le ammoniti, come tutti i cefalopodi conosciuti, erano organismi carnivori, e secondo gli studi disponibili svilupparono probabilmente un grande numero di adattamenti diversi, dalla predazione attiva di animali marini, alla microfagia (predazione di microorganismi), alla necrofagia (consumo di carne di organismi morti), e persino al cannibalismo (predazione di altre ammoniti, anche conspecifiche). La conchiglia delle ammoniti ha in generale la forma di una spirale avvolta su un piano (sebbene alcune specie, dette eteromorfe, abbiano un avvolgimento più complesso e tridimensionale) ed è proprio questa caratteristica ad aver determinato il loro nome. L’aspetto di questi animali, infatti, ricorda vagamente quello di un corno arrotolato, come quello di un montone (il dio egizio Amon era comunemente raffigurato come un uomo con corna di montone). Il celebre studioso romano Plinio il Vecchio (autore del trattato Naturalis Historia) definì i fossili di questi animali ammonis cornua, “corni di Ammone”. Spesso il nome delle specie di Ammoniti termina in ceras, vocabolo greco (κέρας) il cui significato è, appunto, “corno” (p.es. Pleuroceras che etimologicamente significa corno con le coste). Le ammoniti sono considerate i fossili per eccellenza, tanto da essere spesso utilizzati come simbolo grafico della paleontologia. Per la loro straordinaria diffusione nei sedimenti marini di tutto il mondo e la loro rapida evoluzione, con variazioni nette nella morfologia e nell’ornamentazione della conchiglia, le ammoniti sono fossili guida di eccezionale valore. Sono utilizzati in stratigrafia per la datazione delle rocce sedimentarie, soprattutto dal Paleozoico Superiore a tutto il Mesozoico

Museo - Sezione Moto Parilla

Giovanni fratello di Angelo Parrilla, medaglia d’oro al V.M., la sua la famiglia si sposterà a Mantova, città natale della madre, da dove nel 1927 Giovanni partirà per Milano… Nel 1946 Parrilla (già licenziatario Bosch per Milano) diventa costruttore. La prima moto è la Sport monoalbero. Il marchio è diventato Parilla (una sola r per ragioni fonetiche).La vita professionista ed affettiva dei Parrilla è contrassegnato da grandi nomi del mondo dello sport ed in particolare del motociclismo e dell’ automobilismo. Grandi costruttori come Enzo e Dino Ferrari, grandi piloti come Juan Manuel Fangio, Ascari, la leggenda Ayrton Senna da Silva, Iarno Trully ultimo in ordine di tempo a vincere un mondiale Kartyng con la Go-Kart-Parilla. Non è mai stato facile realizzare i propri sogni. Giovanni Parrilla insieme ai suoi figli Angelo ed Achille, però ci è riuscito, costruendo dal nulla una delle più grandi case motoristiche che ancora oggi vive nei sogni e nella storia di chi ha fatto grande il mondo delle corse. Ma la produzione della Moto Parilla è stata capace di venire incontro alle esigenze di tutti coloro che hanno amato ed ancora amano le moto. Il Museo “G. Parrilla” nel sito incantato dell’ ex Convento Francescani dedicato ad uno dei tanti longobucchesi che hanno fatto la storia mondiale di una Longobucco sempre al centro di qualsiasi forma ed espressione culturale.Nel 1946 Nasce la Società “MOTO PARILLA” fondata da GIOVANNI PARRILLA.La Società produce moto di serie molto apprezzate e partecipa a competizioni nazionali ed internazionali ottenendo importanti successi. Nel 1959 Nasce il primo motore al mondo a valvola rotante per Go-Kart, progettato da GIOVANNI PARRILLA in collaborazione con l’ingegnere Cesare Bossaglia. Per il mercato U.S.A.rappresenta una vera e propria rivoluzione,questo motore viene commercializzato con il nome “THUNDERBOLT” (traduzione italiana “SAETTA”).I due magnifici esemplari la 175 cc. che nel 1957 ha vinto il giro motociclistico nazionale e la 125 cc. ’Olimpia presentata nel 1960 come moto leggera da turismo e si caratterizzata per il motore montato sotto il telaio in esposizione nel museo rappresentano il grande lavoro che il longobucchese Giovanni Parrilla ha eseguito con brillanti risultati in varie competizioni contribuendo affinchè il nome Parilla ben presto si diffuse tra gli amanti delle “due ruote”, trasformando una scommessa tra amici in una produzione che ancora oggi rappresenta l’Italia motoristica nel mondo. Il museo “G. Parrilla”, all’ interno del quale si possono ammirare alcuni magnifi esemplari di tricicli d’ epoca di fine ‘ 800, rappresenta oggi il giusto tributo da parte di una comunità rappresentata dal Sindaco di Longobucco Luigi Stasi e dall’ attuale amministrazione comunale tendente ad una giusta e sacrosanta rivalutatazione delle nostre gloriose ed importanti tradizioni socio-culturali.

Museo dell'Artigianato Silano e della Difesa del Suolo

Il Museo dell’Artigianato silano e della Difesa del suolo, che ha sede a Longobucco nella bella cornice dell’ex Convento dei Frati Francescani minori, costituisce un altro concreto passo nel cammino della diffusione della conoscenza del territorio della Sila e della sua popolazione. Realizzato grazie alla collaborazione tra il Comune di Longobucco, l’Assessorato all’Ambiente-Dipartimento Politiche dell’Ambiente e l’Ente Parco Nazionale della Sila, il Museo dell’Artigianato silano e della Difesa del suolo si inserisce nell’ambito del progetto di riqualificazione del territorio del Parco e della sua promozione come meta turismo culturale, naturalistico e sportivo (con particolare riferimento al segmento dei visitatori interessati alle aree protette, per valorizzare il legame tra patrimonio storico-culturale, ecologico-ambientale ed enogastronomico) promosso e finanziato dell’Ente Parco fin dal 2002, anno dalla sua costituzione.

Museo Sezione Ten Angelo Parrilla Medaglia D'Oro al valor Militare

Angelo Parrilla, sottotenente, medaglia d’oro al V.M., uno dei ragazzi del ’99, crivellato di colpi il 28 ottobre 1918 a Castello di Susegana. Nato a Longobucco il 1 gennaio 1899. Trasferitasi la famiglia a Mantova, entrò come studente nel locale R. Istituto Tecnico. Nominato nel 1918 aspirante ufficiale di complemento, fu subito inviato al fronte. Promosso sottotenente venne assegnato al VI Reparto d’assalto. Motivazione decorazione: “Chiesto ed ottenuto il comando della pattuglia di punta, composta da cinque arditi, alla testa di essa precedeva il proprio reparto d’assalto. Avuto sentore della presenza di imprecisate forze nemiche in un fabbricato, dopo averne mandato sollecito avviso al proprio comandante, risolutamente e per primo si slanciava nel fabbricato stesso, affrontandone, con insuperabile audacia, a colpi di bomba a mano, i difensori di gran lunga più numerosi. Alla violenta reazione di questi, impegnava, insieme coi suoi, una accanita mischia, corpo a corpo, abbattendo un ufficiale avversario. Pugnalato a sua volta, continuava disperatamente, coi suoi arditi, nella strenua ed impari lotta, mettendo fuori combattimento numerosi nemici, finché crivellato di colpi, gloriosamente cadde, fulgido esempio di eroico valore”.

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