Pietrafitta

Pietrafitta fu fondata, tra il IX e il X secolo, da profughi cosentini, fuggiti dalla loro città, a seguito delle incursioni saracene. Il toponimo, che in documenti della prima metà del Trecento compare nelle forme Petra Ficta e Petraficta, ha il significato letterale di ‘pietra fitta, confitta’ e allude forse a una pietra conficcata nel suolo come segno di confine. Divenuto uno dei “balivo” del capoluogo provinciale, verso la metà del XVI secolo assistette all’insorgere di aspre ostilità tra gli abitanti, per sedare le quali il viceré di Napoli vi inviò uomini armati. Località indipendente del cantone di Cosenza, ai tempi della Repubblica Partenopea, col nuovo ordinamento amministrativo disposto dai francesi, all’inizio dell’Ottocento, fu dapprima elevato sede di un governo, comprendente diverse università, e poi aggregato ad Aprigliano. I Borboni, all’indomani del congresso di Vienna, ne fecero di nuovo un comune autonomo, inserendolo nel circondario apriglianese. Tra i monumenti figurano: la parrocchiale di San Nicola di Bari, di origini quattrocentesche, con pregevoli opere d’arte e il soffitto a cassettoni lignei, del XVI-XVII secolo, e la chiesa dell’Immacolata, in cui si possono ammirare, tra l’altro, alcune tele settecentesche e un crocifisso in legno, del Seicento.
Interessante è anche l’eremo di San Martino di Canale, di origine medievale, dove pare abbia dimorato e sia deceduto Gioacchino da Fiore.

Attrattori

Chiesa di San Giovanni Battista

Oscura è la sua data originaria di costruzione; di sicuro fu distrutta da un terremoto e riedificata nel 1608. Si tramanda fosse di proprietà della famiglia Marè-Donnis giunta in Italia al seguito di Carlo V. Tra il 1918 e il 1926 fu restaurata per l’intervento di Padre Gallucci assumendo l’aspetto attuale. L’impianto è settecentesco ad aula unica con abside di fondo rettangolare, diviso dalla navata dall’arcosanto a sesto ribassato. Soffitto pieno ottocentesco in rete metallica intonacato. L’interno ha una unica navata e sulla sinistra si aprono due piccole cappelle votive a pianta quadrata cui si accede attraverso archi a tutto sesto: quella di S. Giuseppe e quella della Madonna del Carmine. La cappella della Madonna del Carmine custodisce la statua di San Rocco che da nome all’Oratorio pubblico in uso sino agli inizi del secolo ed ora è in stato di abbandono come anche il campanile e la sagrestia. Nella parte centrale del soffitto si può ammirare una tela si Settimo Tancredi pittore pietrafittese autore pure dei dipinti dedicati ai Quattro Evangelisti e della SS Trinità sui lati della chiesa. Nella sacrestia si trovano due interessanti elementi architettonici in pietra lavorata di pregevole fattura: un lavabo ed una piccola nicchia. L’ingresso è ubicato lateralmente, mentre la facciata principale, ricostruita negli elementi di rilievo in muratura, si affaccia in uno spazio attualmente chiuso da tutti i lati e conserva un portale originario il pietra scolpita murato.

Chiesa di San Nicola di Bari e campanile

Probabilmente è del XV. Il portale esterno del 400, è ben elaborato ma in pessimo stato. Pianta basilicale a tre navate, monoabsidata. Interno decorato con stucchi seicenteschi, al di sotto dei quali si intravedono le antiche strutture in pietra lavorata e tracce di affreschi. Sulla navata centrale soffitto cassettonato ligneo; sulle navate laterali tavolato ligneo e cupole sull’abside. Dalla navata di sinistra si accede a tre cappelle: della Consolazione, con soffitto ligneo dorato e portale in pietra coeva della chiesa; di S. Michele e di S. Francesco costruite in stile barocco, presumibilmente nel 1650. Sull’altare maggiore, portato da Bari nel 1937, tela raffigurante San Nicola di Bari di Cristoforo Santanna del 1700. Nelle cappelle sono custoditi numerosi dipinti del noto pittore di Piatrafitta Settimio Tancredi. All’esterno, sulla facciata principale, tre portali in pietra e tracce dell’originario rosone trasformato in una finestra quadrata. Su di uno dei portali è incisa la data del 1491; portale laterale del 1647 in pietra; nella zona absidale piccolo rosone ad occhio e finestra a doppio sguincio in pietra lavorata. Poco di- stante è il campanile a tre ordini con cornici marcapiano a forma torica in pietra, custodisce una campana di bronzo che reca la seguente iscrizione:”magister Joannes Mauro a Grimaldi .A.D. 1750”.

Chiesa di San'Antonio da Padova (già dedicata all'Immacolata) - con annesso convento dei Francescani

Inizialmente presentava un’unica navata, nei primi del 900 venne ampliata di una navata laterale po- sta ad est, articolata da tre cappel- le: Sant’Antonio da Padova, Immacolata, Sacro Cuore. In quest’ultima cappella, tutte le decorazioni sono opera di Fra Benedetto Esposito pit- tore autodidatta di cui i Francescani ne ricordano l’ingegno. Tenuta dai frati Minori del convento omonimo. All'interno sono presenti: dipinti da- tati tra il 1700 e il 1900, un croce- fisso del 600, attribuito a frate Angelo da Pietrafitta ed è posto al centro dell’altare; il soffitto ligneo del 700, è opera di intagliatori locali. Il coro della chiesa è in legno.

In sagrestia possiamo ammirare il Miracolo della Porziuncola, tela di Cristoforo Santanna; Madonna del Carmine con anime purganti di Rocco Ferrari del 1893;tavola dell’Addolorata che di certo faceva parte di un’opera più grande successivamente mutilata e frazionata, probabile opera del Santanna; tele di ignoti del 700 raffiguranti San Francesco e l’Eterno Padre. Inoltre una bella croce relquario con intarsi in madreperla.Il soffitto ligneo è opera di intagliatori locali del 700. Il Convento venne fondato tra il 1612 e il 1613, e fra i costruttori materiali vi fu Santo Umile da Bisignano. Molte furono le peripezie, le disavventure, uno sfratto storico nel 1866 che scacciò i frati dalla loro sede e che avvilirono questa struttura monastica fino a quando non fu paradossalmente riacquistata dai frati stessi sotto un prestanome. Il convento ritornò ad essere sede non solo di fede ma anche di cultura. L’attività del convento è durata fino al primo decennio del nuovo Millennio, quando i quattro frati rimasti, in seguito a decisione superiore, lasciarono per sempre Pietrafitta, decretandone dopo quattro secoli di intensa presenza religiosa, pastorale e culturale la chiusura definitiva

Eremo di S. Martino di Giove a Canale

Nel silenzio dei castagneti, tra la maestosità dei pini dove il tempo sembra essersi fermato, sorge la Chiesa di S. Martino di Canale, Di fondazione medievale e di stile bizantino, appartenente ad una Grangia di monaci basiliani e dipendeva dall’Abbazia Florense. Un complesso,quindi, di età basiliana del VII e VIII secolo, in cui era abate il Beato Ubertino da Otranto che vi trovò la morte nel 778. Qui, tra il 962 e il 986, arrivarono anche i Saraceni che, distruggendo ogni cosa, costrinsero i monaci, scampati alle incursioni, a darsi alla fuga nel Sannio in Molise sotto la guida di S. Ilario. Originariamente era formata dall’abside e da due cappelle laterali delle quali ne è superstite solo una. Nel 1189, questo luogo, che già di persone illustri aveva avuto il privilegio di vederne, ospitò l'abate Gioacchino da Fiore che dodici anni più tardi, mentre soprintendeva ai lavori di restauro del tempio, venne a mancare (1202). La costruzione è composta di tre parti intercomunicanti: la chiesa, al centro, e le due ali che costituivano il monastero. La chiesa medievale con arcate protogivali improntate allo stile dall'architettura monastica francese del XI° Sec.

Interno ad unica navata, con tre absidi semicircolari e vasto transetto sporgente sulla navata. Nella chiesa si venerava anche Sant’Anna, patrona delle partorienti. A partire dal 2014, dopo che il comune acquistò il complesso nel 2013, venne avviato un meticoloso intevento di restauro che ha restituito il complesso abbaziale, al suo stato originario. I risultati dei lavori e la ricostruzione storica di questo importante monumento in tutte le sue fasi sono stati sapientemente illustrati in un interessante volume dal dott. Pasquale Lopetrone, Funzionario Architetto della So- printendenza Belle Arti e Paesaggio della Calabria, attento studioso dei luoghi gioachimiti nonché Direttore scientifico dei lavori, realizzati tra luglio 2014 e giugno 2015. L’autore illustra la storia millenaria di questo antichissimo cenobio, situato nella diocesi cosentina, e documenta dettagliatamente le ricerche e le opere eseguite, illustrando tutte le coordinate e i profili di conoscenza di questo importante eremo, testimone di un passato glorioso. Qui, ribadiamo, dimorarono, S. Ila- rione e i suoi 29 compagni, che nel 986 si trasferirono nel Sannio divenendo i Santi protettori dei luoghi da essi fondati, e l’Abate Gioacchino, che morì a San Martino di Giove il 30 marzo 1202, e qui rimase sepolto per tutto il primo quarto del sec. XIII. Il volume traccia anche il percorso edilizio del complesso dalle origini, raccontando come l’edificio, a partire dal 1765, sia stato trasformato in casa padronale, con un corpo aggiunto elevato sulle antiche mura per mezzo di strutture fragili realizzate in pietra e argilla, e infine di come si sia giunti alla determinazione di eliminare le superfetazioni per liberare gli spazi interni dai manufatti posticci e ricostituire le linee dei volumi mutili dell’antico cenobio. Il libro, arricchito da un corredo iconografico a colori, contiene uno studio puntuale della localizzazione degli insediamenti florensi delle origini, che formavano un sistema nodale intra ed extra moenia, esemplificativo dell’originale ed innovativo progetto religioso concretizzato dall’Abate Gioacchino sul finire del sec. XII e gli inizi del sec. XIII”.

Palazzo Marè-Donnis

Impianto seicentesco (su un portale laterale murato è incisa la data del 1591) a pianta quadrata con due torrioni d’angolo ottagonali sul fronte principale. L’ingresso centrale, adornato da un portale in pietra a tutto sesto, è costituito da un piccolo corridoio cui si accede ad una corte quadrata con scala a 3 rampe che porta al piano nobile. Al piano terra si trovano locali adibiti a deposito. Nella zona OVEST, la copertura, che comunque è a tetto, è sostituita da una terrazza con parapetto in muratura a forma di merli poggiati su archetti in muratura. Interessanti le opere in ferro battuto(ringhiere delle scale e dei balconi).

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